Exodus: Tales from the Enchanted Kingdom

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ExodusSguardo fiero ed enigmatico, capello rigorosamente lungo e corvino, postura plastica da eroe, i muscoli vigorosi tesi come corde di violino dentro la salda armatura, una cascata impetuosa e scrosciante alle spalle, Exodus si erge arcigno e possente a baluardo dell’umanità tutta contro il malvagio Bugulbol? Questa l’immagine che Erik Matti cerca di conferire al suo eroe, costantemente impegnato contro il male senza mai rompersi un’unghia, aiutato dai fidi compari-elementali assoldati (volenti o nolenti) strada facendo, tra mille insidie, contro mille nemici cattivissimi in un avventuroso, videogiocoso viaggio fantasy.

Dopo il low budget del supereroistico-demeziale Gagamboy e dell’horror limaccioso Pa-Siyam, Matti stavolta prova a fare le cose in grande proponendo un “kolossal” – in base agli standard filippini – basato su un parco di divertimenti a tema (con tanto di spot incorporato). La maggior parte dell’investimento immagino sia stato sacrificato al cast di stelle locali di grande richiamo (Aubrey Miles in primis) e il resto agli effetti speciali onnipresenti e alle scenografie equamente divise fra il bucolico e l’industriale-postatomico.

Improbabile e impossibile punto di unione tra Signore degli Anelli, Conan il Barbaro, Shezan, Final Fantasy X e quant’altro, Exodus si propone fin dall’inizio come prodotto di puro intrattenimento per giovani spettatori, leggero e derivativo, appesantito da abusati luoghi comuni del genere, niente di più e niente di meno. Certamente per un pubblico adulto sono inaccettabili, involontariamente comiche o meno, le sovrarecitazioni dei protagonisti, la coerenza latitante, le soluzioni narrative spicciole e l’uso davvero improprio di una computer grafica invadente quanto palesemente economica: dalle post-colorazioni al fuoco, dai fondali ai… petali! Per non parlare delle coreografie improvvisate e del montaggio traballante. Tuttavia, adeguatamente rapportato e contestualizzato al suo target di riferimento anagrafico e geografico, il film può anche fare una figura degna, rivelandosi efficace, coivolgente e vario. Inoltre, nonostante un marcato dualismo bene-male, ci sono alcune simpatiche eccezioni che rendono i guerrieri meglio assortiti. Che lo si apprezzi o meno, un plauso in ogni caso va all’onestà intellettuale di Erik Matti che, ben conscio dei limiti del proprio lavoro, non si prende mai sul serio e non perde occasione per sdrammatizzare e divertirsi con i personaggi e con la storia. Anche prima della proiezione al Far East udinese, il regista suggeriva a un pubblico preventivamente perplesso dalla proposta di lasciar perdere la trama e concentrarsi più sullo stile… Un grande!

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